Ritorno al Marigold Hotel

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statoprecario

I tumulti del cuore non hanno età, sia che essi siano per amore o per passione. Ne sa qualcosa il gruppo di pensionati inglesi che nella prima avventura arriva a Jaipur in India attorno dalle promesse di un hotel lussureggiante solo sulla carta. Ma, un po’ per la simpatia coinvolgente di Sonny, giovane e brillante manager dell’hotel, e molto per le avventure che li coinvolge emotivamente, i nostri decidono di rimanere al Marigold a vivere la propria vita.1425397351907_1
In questa seconda puntata lo schema non cambia. Sonny e Muriel, l’ex governante che ha ben imparato a convivere con il proprio razzismo burbero, partono alla volta degli Stati Uniti in cerca di finanziatori americani per espandere l’esperienza del Marigold e dare vita a una vera propria catena di hotel per la terza età. E i finanziamenti arriveranno, previa però la supervisione di un misteriosissimo ispettore che in incognito dovrò…

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Un ridotto funzionamento dell’olfatto incide negativamente sulla longevità

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News dalla Cooperativa Maria Regina

olfatto-perdita-morte-odoreUna recente ricerca, pubblicata sulla rivista Annals of Neurology, afferma che le persone anziane con una ridotta abilità nell’identificare gli odori rischiano di vivere meno a lungo.

Gli autori dello studio hanno infatti scoperto che gli anziani, le cui funzionalità olfattive risultano compromesse, presentano un rischio più elevato di morire nel corso dei quattro anni successivi, rispetto ai coetanei.

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case di riposo “comunità alloggio per anziani”caratteristiche dell’ospite

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le case di riposo denominate “comunità alloggio”o”case famiglia”possono ospitare una tipologia di ospite ben precisa,andiamo a vedere quale.

Il livello di autosufficienza degli ospiti, quale condizione fondamentale per accedere in una di queste strutture (riconosciuto dal servizio sanitario), è una delle caratteristiche più attentamente seguite in quanto la tipologia di autosufficienza determina lo sviluppo del lavoro e della proposta dei servizi della struttura che devono essere impostati in funzione delle caratteristiche degli ospiti. I parametri dei servizi  non sono compatibili con la condizione di non autosufficienza perciò, se si dovesse valutare un peggioramento delle condizioni di salute dell’ospite, il gestore è tenuto ad informare i familiari, consigliando di rivolgersi ai Servizi Sociali Territoriali, al fine di procedere con le dimissioni dell’ospite e trovare una soluzione alternativa. Rispetto al tema dell’autosufficienza, molti gestori ritengono che vi sia:”una carenza nelle Linee Guida riguardo alla definizione del concetto di autonomia e autosufficienza”. I rapporti familiari e con il contesto sociale più ampio sono un altro aspetto trattato con i gestori. L’anziano in queste strutture mantiene costanti i rapporti con i propri familiari, che possono andarlo a trovare in ogni momento della giornata (la struttura in alcuni casi suggerisce degli orari in modo da rispettare le esigenze organizzative tipiche di una struttura comunitaria), ma anche con il territorio attraverso uscite o passeggiate nel quartiere in totale autonomia . Rispetto a quest’ultimo punto qualche gestore aggiunge: “la nostra struttura prevede un’autorizzazione da parte dei familiari che si fanno carico di ogni responsabilità nei casi di uscite esterne dell’anziano”.

articolo tratto da tesi di laurea magistrale case famiglia per anziani

L’esperienza innovativa del Comune di Parma

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In molte città italiane le Case Famiglia per anziani rappresentano non solo una risposta concreta per il territorio, ma anche il risultato di una realtà sociale in continuo movimento. Una tematica che, a Parma, ha acquistato rilevanza crescente, ponendosi in misura sempre più insistente all’attenzione dei policy markers, a fronte dell’incremento di soggetti privati che decidono di avviare questo genere di attività. Nel giro di quindici anni, si sono costituite ben venti Case Famiglia, un vero e proprio record per il Comune parmigiano, dove il tema di una innovazione profonda del modello di servizi per gli anziani non è del tutto nuovo ma, da anni, impegna le diverse amministrazioni comunali, attraverso l’adozione di scelte politiche indirizzate alla ricerca di soluzioni alternative alla residenzialità classica, tutte scelte guidate da un unico filo conduttore: la volontà di restituire dignità e diritti agli anziani anche quando perdono la loro autosufficienza. Si tratta di un processo che segna una nuova stagione delle politiche assistenziali territoriali, fondato sull’idea che le regole del mercato, una volta adattate ad un prodotto particolare quale è il servizio di cura, consentono un’espansione del sistema di assistenza senza un aggravio eccessivo di costi per l’amministrazione pubblica. Sollevare l’attenzione delle istituzioni sul tema delle Case Famiglia permette un miglioramento della qualità dell’assistenza da parte di chi lavora in questo settore che, nella sua complessità, comprende insieme la dimensione assistenziale e quella relazionale e, allo stesso tempo, consente lo sviluppo di azioni volte a migliorare la qualità di vita di chi riceve le cure. Nella città di Parma la domanda di questo tipo di servizio continua a crescere in seguito all’aumentare della popolazione anziana e alle trasformazioni in atto dei modelli familiari. Comprendere le ragioni e le prospettive della scelta di tante famiglie che si sono rivolte a delle Case Famiglia, assume un significato ed una dimensione assolutamente particolare in un comune come questo, ricco di servizi “tradizionali” e opportunità di sostegno. Se l’obiettivo di questi servizi alternativi è assicurare risposte più personalizzate e più flessibili, più aderenti agli stili di vita e alle aspettative degli anziani, colpisce ancora oggi, l’assenza di un’adeguata riflessione sulle condizioni degli anziani in 46 Casa Famiglia nel panorama politico nazionale e regionale. Al fine di colmare, in parte, questo vuoto normativo, nella convinzione che solo attraverso un investimento di risorse in questa direzione sia possibile perseguire obiettivi di qualità e di vero benessere per gli anziani, il Consiglio Comunale di Parma, nel 2008, ha definito con Delibera n. 84/15 delle Linee guida per la disciplina, la valorizzazione e la qualificazione delle Case Famiglia per anziani e per l’esercizio delle attività di vigilanza e controllo70 che ne regolano il funzionamento e declinano le funzioni amministrative e di vigilanza in capo all’Ente Pubblico Locale.

decidere di entrare in una residenza per anziani nella provincia di pescara e chieti

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Si possono identificare alcuni più frequenti motivi per i quali le famiglie e/o gli stessi anziani decidono di entrare in una struttura per anziani quali case di riposo,case famiglia,comunità alloggio,residenze per anziani:

 l’anziano, sulla base delle normative vigenti, non risulta essere destinatario di altre tipologie di servizi (casa protetta, RSA), poiché mancano le condizioni e i requisiti richiesti per l’inserimento in struttura, ad esempio per un alto livello di autosufficienza. Tali requisiti e modalità di accesso variano a seconda del comune di residenza;

 manca l’effettivo possesso della residenza anagrafica nei comuni nei quali si è avviata la richiesta di inserimento in struttura, mentre in queste tipologie di strutture  vengono accolti anche anziani che hanno la residenza in altri comuni;

 non esiste una reale incapacità economica da parte dell’anziano e dei parenti obbligati agli alimenti di provvedere agli oneri delle rette (la condizione economica non rientra nei criteri applicativi dell’ISEE);

 rifiuto da parte dell’anziano e/o dei familiari di ricorrere a forme di assistenza privata a pagamento (badanti);

 liste di attesa lunghe per l’inserimento in altre tipologie di strutture che variano a seconda del numero di posti letto disponibili.

Gli attori del welfare: ridefinizione di ruoli e funzioni

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Un importante filone di riforme, avviato a partire dagli anni Novanta, ha riguardato lo sviluppo di un’economia mista dei servizi volta a favorire nuove unità di offerta, diverse da quelle tradizionali di Stato e famiglia. Nel settore della protezione sociale diventa importante coinvolgere l’iniziativa privata, sia non profit che for profit che “non sostituisce o elimina l’intervento pubblico, ma lo affianca” . Tale nuova configurazione valorizza i nessi tra i diversi attori sociali: il ruolo dello Stato, ad esempio, da fornitore delle prestazioni, diviene progressivamente quello di regolatore e di facilitatore dell’azione di altri soggetti, senza intaccare le sue principali responsabilità nei confronti delle funzioni di programmazione e controllo, di fondamentale importanza per i cittadini. Si avvia dunque, una fase di affermazione del carattere plurimo del welfare, con lo sviluppo e l’introduzione di un sistema misto di offerta pubblico-privato. Da questo momento in poi, concetti come pluralismo, privatizzazione, decentralizzazione, e welfare mix tendono ad essere utilizzati con sempre maggiore frequenza all’interno dei dibattiti sulla riforma dei servizi sociali, soprattutto dopo l’entrata in vigore della Legge Quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali n. 328 del 20009 che sancisce la piena legittimazione normativa dell’economia mista di offerta di servizi socio assistenziali assegnando un ruolo molto ampio al terzo settore. La legge prevede, infatti, non solo che il terzo settore partecipi “alla gestione ed all’offerta dei servizi in qualità di soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata degli interventi” (art.1, 5° comma), ma che gli Enti locali, le Regioni e lo Stato sono tenuti a promuovere “azioni per il sostegno e la qualificazione dei soggetto operanti nel terzo settore” (art.5, 1° comma). Secondo Vincenzo Tondi della Mura, ai fini della costruzione di un sistema di protezione attivo, la legge 328/2000 dovrebbe “consentire una più ampia partecipazione alle scelte da parte dei cittadini e delle loro organizzazioni” . Tale affermazione rimanda alla necessità di istituzionalizzare un nuovo sistema di politica sociale, dove i diversi attori sono chiamati a svolgere un ruolo attivo nella realizzazione delle politiche sociali.

Famiglia, terzo settore, Stato e mercato sono dunque ricollocati al centro del dibattito sul welfare, e rivalorizzati allo scopo di rifondare su basi diverse una solidarietà di cittadinanza cioè una solidarietà intesa come sinergia che coordini le forze esistenti nella società e nel sistema pubblico

strutture a carattere comunitario,casa famiglia e comunità alloggio

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Oggi si assiste ad una crescente attenzione che si concentra attorno alle Case Famiglia per anziani, un’esperienza che, ancora in molti contesti, è quasi del tutto misconosciuta, sia a livello politico, sia nella ricerca empirica. In Italia sono le Case Famiglia per minori ad avere una visibilità e una storia assai più consistente, oltre che ad essere anche più diffuse e consolidate. La scarsa visibilità che ha caratterizzato finora l’operato delle Case Famiglia per anziani è probabilmente in parte riconducibile al carattere innovativo che le contraddistingue e ad una debole legittimazione istituzionale. Nell’attuale contesto sociale le famiglie sono maggiormente protese verso l’utilizzo di queste nuove forme di assistenza per evitare un aumento della solitudine e dell’esclusione sociale del proprio familiare anziano. Ciò ha portato ad una maggiore diffusione di servizi alternativi e ad un aumento di questo genere di richieste anche in Regioni (come l’Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia) ricche di servizi e di opportunità di sostegno. Questo perché i recenti tagli al fondo sociale e i ridotti trasferimenti finanziari agli Enti Locali hanno segnato la fine di importanti politiche assistenziali, provocando tagli per i servizi sociali e assistenziali territoriali . Sicuramente gli anziani assistiti risiedono prevalentemente nelle Case Famiglia del Nord e in misura minore in quelle del Sud (non si conoscono le cifre). Questa differenza territoriale è spiegabile in parte con la diversa struttura per età e l’eterogenea diffusione del servizio che contraddistingue le diverse aree geografiche nel nostro Paese, in parte dal differente modello culturale del ruolo della famiglia nello svolgimento del lavoro di cura degli anziani (le famiglie del nord acquisiscono più facilmente la consapevolezza della necessità di un intervento esterno) e dalla diversa rilevanza sociale assegnata agli interventi a sostegno dei processi di invecchiamento. Si possono identificare alcuni più frequenti motivi per i quali le famiglie e/o gli stessi anziani decidono di entrare in Casa Famiglia: 1 l’anziano, sulla base delle normative vigenti, non risulta essere destinatario di altre tipologie di servizi (casa protetta, RSA), poiché mancano le condizioni e i requisiti richiesti per l’inserimento in struttura, ad esempio per un alto livello di autosufficienza. Tali requisiti e modalità di accesso variano a seconda del comune di residenza; 2 manca l’effettivo possesso della residenza anagrafica nei comuni nei quali si è avviata la richiesta di inserimento in struttura, mentre nelle Case Famiglia vengono accolti anche anziani che hanno la residenza in altri comuni; 3 non esiste una reale incapacità economica da parte dell’anziano e dei parenti obbligati agli alimenti di provvedere agli oneri delle rette (la condizione economica non rientra nei criteri applicativi dell’ISEE); 4 rifiuto da parte dell’anziano e/o dei familiari di ricorrere a forme di assistenza privata a pagamento (badanti);5 liste di attesa lunghe per l’inserimento in altre tipologie di strutture che variano a seconda del numero di posti letto disponibili. Esiste poi un canale informale (segnalazioni di amici e conoscenti, pubblicità), che si rivela decisivo per orientarsi su questo tipo di servizio. Tali processi hanno sicuramente spianato il terreno per la nascita e lo sviluppo di un numero sempre più alto di Case Famiglia, specie in alcune città.

il motivo delle case famiglia e delle strutture a carattere comunitario 08/04/2015 chieti

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Oggi si assiste ad una crescente attenzione che si concentra attorno alle Case Famiglia per anziani, un’esperienza che, ancora in molti contesti, è quasi del tutto misconosciuta, sia a livello politico, sia nella ricerca empirica. In Italia sono le Case Famiglia per minori ad avere una visibilità e una storia assai più consistente, oltre che ad essere anche più diffuse e consolidate. La scarsa visibilità che ha caratterizzato finora l’operato delle Case Famiglia per anziani è probabilmente in parte riconducibile al carattere innovativo che le contraddistingue e ad una debole legittimazione istituzionale. Nell’attuale contesto sociale le famiglie sono maggiormente protese verso l’utilizzo di queste nuove forme di assistenza per evitare un aumento della solitudine e dell’esclusione sociale del proprio familiare anziano. Ciò ha portato ad una maggiore diffusione di servizi alternativi e ad un aumento di questo genere di richieste anche in Regioni (come l’Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia) ricche di servizi e di opportunità di sostegno. Questo perché i recenti tagli al fondo sociale e i ridotti trasferimenti finanziari agli Enti Locali hanno segnato la fine di importanti politiche assistenziali, provocando tagli per i servizi sociali e assistenziali territoriali . Sicuramente gli anziani assistiti risiedono prevalentemente nelle Case Famiglia del Nord e in misura minore in quelle del Sud (non si conoscono le cifre). Questa differenza territoriale è spiegabile in parte con la diversa struttura per età e l’eterogenea diffusione del servizio che contraddistingue le diverse aree geografiche nel nostro Paese, in parte dal differente modello culturale del ruolo della famiglia nello svolgimento del lavoro di cura degli anziani (le famiglie del nord acquisiscono più facilmente la consapevolezza della necessità di un intervento esterno) e dalla diversa rilevanza sociale assegnata agli interventi a sostegno dei processi di invecchiamento38 . Si possono identificare alcuni più frequenti motivi per i quali le famiglie e/o gli stessi anziani decidono di entrare in Casa Famiglia: 1 l’anziano, sulla base delle normative vigenti, non risulta essere destinatario di altre tipologie di servizi (casa protetta, RSA), poiché mancano le condizioni e i requisiti richiesti per l’inserimento in struttura, ad esempio per un alto livello di autosufficienza. Tali requisiti e modalità di accesso variano a seconda del comune di residenza; 2 manca l’effettivo possesso della residenza anagrafica nei comuni nei quali si è avviata la richiesta di inserimento in struttura, mentre nelle Case Famiglia vengono accolti anche anziani che hanno la residenza in altri comuni; 3 non esiste una reale incapacità economica da parte dell’anziano e dei parenti obbligati agli alimenti di provvedere agli oneri delle rette (la condizione economica non rientra nei criteri applicativi dell’ISEE); 4 rifiuto da parte dell’anziano e/o dei familiari di ricorrere a forme di assistenza privata a pagamento (badanti);5 liste di attesa lunghe per l’inserimento in altre tipologie di strutture che variano a seconda del numero di posti letto disponibili. Esiste poi un canale informale (segnalazioni di amici e conoscenti, pubblicità), che si rivela decisivo per orientarsi su questo tipo di servizio. Tali processi hanno sicuramente spianato il terreno per la nascita e lo sviluppo di un numero sempre più alto di Case Famiglia, specie in alcune città.